“Credo che questa situazione mi stia logorando”, dico mentre aspettiamo la paillard in un ristorante del centro nel quale l’ho costretta. Qualche giorno fa, infatti, è svenuta, le hanno detto che è anemica e deve suo malgrado mangiare carne. Da allora sto imponendo al suo detestarla una variante gentile che assecondi il ritmo costante, ma irregolare della nostra frequentazione. Alterno bei ristoranti a pranzo, filetti al sale da me preparati quando possiamo cenare insieme e arrosti di vitello da surgelare, cucinati mentre Mariamedusa dorme e che Virgina riporta a casa sua, quando a notte fonda lascia la mia.
“Sì, insomma, è ormai scontato che in quel posto non posso restarci, però arrivano solo fantastiche occasioni, seguite da immancabili sospensioni. Anche normale del resto, le aziende vanno a singhiozzi: dove lavoro ora ho visto il primo head hunter a gennaio, per cominciare a settembre.”
“Nove mesi: un parto”, dice Virginia che in questi giorni ha ripreso a indossare il cappotto grigio con le spirali nere. Patisce il freddo e continua a tenerlo addosso anche seduta nel ristorante. “L’anno scorso la imbottiva, approssimando un po’ la figura”, penso mentre la guardo, “ma quest’anno le sta meravigliosamente.”
“Beh! Comunque mi sono ripromesso di non pensarci troppo”, dico riprendendo il discorso, ”l’unica azione razionale è attendere e per non estenuarmi, intanto, gioco con qualche proposito.”
“Tipo?” Dice lei e mi porge metà del suo grissino.
“Tipo che una risposta deve arrivare in ogni caso da almeno uno dei tre che ho già visto e a quel punto, quale che sia il primo, dò le dimissioni.”
“E quindi?” Mi chiede con fare di chi ha risentito cose note, senza ricevere nuove risposte.
“Quindi, pensavo stamani, quando sarà il momento organizzerò il passaggio in modo da restare dove sono per tutti e due i mesi di preavviso.”
“Come l’ultima volta?”
“Non esattamente, l’ultima volta era estate. Sono uscito a metà luglio, sono partito, ho fatto sei settimane di vacanza e ad agosto non ho preso una lira. Ora è inverno, partire non voglio perché Mariamedusa va a scuola e di saltare un mese di stipendio non mi va. Quindi pensavo di andare un paio d’ore al giorno in ufficio a fare presenza e per il resto occuparmi di faccende mie.”
“Tipo?” E carica la “t” e la “p” perché io osservi che ancora non sto dando il nome alle cose.
“Tre progetti, il primo è un blog, fonderei una specie di giornale on line, coinvolgendo un paio di persone, dedicato ai genitori della scuola di Mariamedusa. Uno strumento d’opinione pubblico serve sempre, anche per inquietare la nuova dirigente con la sgradevole sensazione che qualcuno la osserva...” E per sottolineare intenzioni bellicose aggiungo “... e ne parla!”.
“Già ti vedo a fare il caporedattore delle mamme e m’innervosisco, ma non fa niente. Se necessario ti spezzerò una gamba, così saprai come impiegare i due mesi.” Sorride appena, con le labbra chiuse, ma si sta divertendo ad ascoltare il mio nuovo elenco di manie e propositi, gli occhi sono vivi, mobili e mi cercano continuamente dall’altra parte del tavolo.
“No, ti prego”, la imploro, “ovviamente ne hai il diritto e non devi giustificarti, ma se appena ci riesci non menomarmi, gli altri due propositi riguardano proprio il corpo e la gamba mi serve. La prima cosa, infatti, è che andrò in palestra quattro giorni alla settimana, una di quelle hi-end del centro, prendo un personal trainer e finalmente mi faccio venire la pancia a dorso di tartaruga….”
“Ohhhmmmadonna!” Esclama Virginia, e adesso ride davvero mentre giungendo le mani esprime divertito dissenso e tutta la propria incredulità, conoscendo la mia naturale avversione allo sport, che peraltro condivide appieno.
“Beh! Perché? Nella vita si cambia”, dico io fingendo un po’ di battagliero risentimento. Amo il nostro giocoso battibeccare intorno all’assurdo, mi rinfresca.
“Si, si”, fa lei in quel suo modo che ha il suono di “sü, sü”, mentre guarda la paillard appena arrivata come fosse un insulto. Ridacchia ancora quando aggiunge, “dimmi la terza cosa?”
“Allora”, e intanto cerco di decidere dove disporre le parolacce per provocare la brava ragazza che c’è in almeno una delle personalità di Virginia, “mi faccio aumentare la dimensione del Cazzo di almeno un paio di centimetri in ciascuna delle misure rilevanti: lunghezza e circonferenza.” Vorrei aggiungere un “non sei contenta?”, ma so che ho appena fatto una dichiarazione di guerra e partire con le cannonate non è da Signori. La guardo, aspetto la reazione. Lei ha in mano il bicchiere di gasata e da dietro al braccio che lo regge mi restituisce lo sguardo, l’aria adesso è da battaglia vera. Certo battaglia d’amore e di senso, civilmente condotta in un ristorante ovattato da persone educate alla misura, ma con quello sguardo e il suo silenzio si cambia ritmo, lei accetta un nuovo duello, come altri, altre volte, non per vincere, uccidere o ferire, solo per continuare a conquistarci in quella guerra necessaria, senza la quale io e Virginia, per come siamo, non avremmo alcuna ragione di esistere insieme.
E’ lei a riprendere contenuta, ma molto centrata su sé, forte, me ne accorgo da come ripercorre lentamente la mia frase, usando le medesime parole. Pronta alla stessa guerra, con le stesse armi, “e da chi ti faresti aumentare la misura del Cazzo in tutte le dimensioni rilevanti: lunghezza e circonferenza?”
“Ma da nessuno, cosa hai pensato volessi dirti? Intendevo dire che la mattina mi occuperò un paio d’ore del blog della scuola, dalle dodici alle tre andrò in palestra e il pomeriggio lo passerò in ufficio a fare certe contrazioni del buco del culo che a detta di studi documentati, fanno bene alla misura del Cazzo.” Contengo la voglia di ridere in un sorriso minimo e continuo a mangiare come se avessi appena dato un’ordinaria informazione di servizio a una vicenda di routine. In quel momento sono certo di avere l’aria da stronzo, non cattivo però, di quello che ogni tanto la porta in giro per l’assurdo verosimile: faccia seria, cose follemente plausibili, ma contesti quantomeno desueti.
“E come mai questa, diciamo, idea, visto che parlare di esigenza mi parrebbe eccessivo?” Riprende Virginia reggendo passo e gioco della provocazione di chi in quel momento altro non ha che le parole, per tirarla a sè vicinissima, per sentire fortissimo tutta la sua persona resistere senza respingere, combattere senza fare male.
“E’ un grande tema.” Dico io molto vagamente, passando la mano in questo giro, per accelerare la partita. Ma l’avversario è una combattente accorta e non si fa condizionare, sospende il confronto con una frase di chiusura apparente, “effettivamente, uno pagato un certo numero di volte la media nazionale e con due mesi senza nulla da fare, se non farsi vedere in ufficio, ha la serenità per impiegare il suo tempo anche amenamente.”
Abbiamo finito di mangiare. Usciti dal ristorante la accompagno al metrò, lei mi saluta lasciandomi un chiaro post-it con scritto in rosso “ci rivediamo, caro nemico”, da decifrare, però, attraverso la forma del suo sorriso solito e il suono di queste parole “peccato per i nostri pranzi, se per due mesi andrai ogni giorno in palestra.”

Il pomeriggio lo trascorro attendendo il seguito. In ufficio non rispondo ad alcuna telefonata se non quando sul display del fisso vedo comparire il numero di Virginia. Chiama dal lavoro, è didascalica “Cleo stasera può restare con Niccolò, lo metto a letto e verso le dieci posso essere da te. Ti mando un messaggio dal taxi. Porto un vino dolce”, poi riattacca. Mi alzo dalla scrivania, accendo una sigaretta e canticchio tra le labbra “C'era fra noi un gioco d'azzardo, gioco di vita, duro e bugiardo, perchè volersi e desiderarsi, facendo finta d'essersi persi... adesso è tardi e dico soltanto, che si trattava d'amore, e non sai quanto...”. Poi guardo l’orologio, sono le sei, ho voglia di fare due passi in centro ed esco.
Arriva poco dopo le dieci e come ogni volta da oltre un anno entra in punta di piedi, bisbigliando “ciao” e chiedendo con gli occhi se Mariamedusa si è addormentata. La guardo, non rispondo, penso sia un rito che le è necessario e ormai la lascio fare senza più rassicurarla sul sonno irrimediabile della bambina. Sono contento di vederla, è splendida, alta e leggera, vestita di scuro e con gli stivali. Le sono grato di essere femmina, della cura nel prepararsi quando viene da me, di non aver mai pronunciato una sola parola per farmelo osservare.
In cucina mi porge la bottiglia di Sauterne che ha portato insieme al solito pacchetto di stradolci. Invariabilmente cassate e gelati alle creme d’estate, condensati di pan di spagna, panna e cioccolato d’inverno. Nessuna mia protesta è riuscita a farla desistere da quel gusto per l’eccesso, da cui sono in realtà estasiato per l’aria da bimba che la fa brillare quando, aprendo la confezione dei vassoietti, comincio a lamentarmi. E così è stato anche l’altra sera in cucina, la stanza che preferiamo di casa mia, dove sostiamo sempre a fumare sigarette, bere vino, amoreggiare.
“Nel pomeriggio ho trascorso un’oretta a fare una ricerca” dice seduta al tavolo di marmo e intanto con le dita spiega un foglietto che non avevo visto prima. “Su quel tuo progetto di farti aumentare la misura del Cazzo in tutte le dimensioni rilevanti… Lunghezza e circonferenza? Giusto?”. Annuisco tacendo, ma lei non aspettava una risposta e continua, “come sai non ho una grandissima casistica a cui fare riferimento per giudicare, né, in verità, mi è mai venuto in mente che fosse necessario. Sai anche, però, che nella vita quando meno te lo aspetti, anche fatti accidentali aprono prospettive su cose indispensabili che non solo non pensavi rilevanti, ma a cui addirittura non pensavi.” La sto adorando in silenzio, non riesco a immaginare cosa abbia in mente, so solo che la sua meravigliosa energia e sicurezza in quel momento investono l’uomo e non lasciano scampo al combattente.
“Mi sono chiesta se per la mia solita ingenuità, anche questa volta non mi stia accontentando di meno, o addirittura di molto meno, di quanto mi spetta. Però, come detto, mancandomi la casistica, come tutti quelli che s’interrogano su cose che non conoscono, mi sono informata.”
“Beh! Se è la casistica a mancare, la soluzione si trova in fretta”, dico io che solo a quel punto prendo la parola, ”basta guardare un pornazzo in film, giornale o su internet e ti renderai conto di quanti cazzi enormi e bellissimi ci sono.” Mi guarda come il gatto che ha già deciso quale sarà l’ultimo metro del topo e risponde, “Hai ragione, ma mi ci vedi ad andare in edicola con quest’aria e questa faccia? E dove lo trovo il tempo di affittare e guardare film? Per quanto riguarda Internet sai bene che Coso - come io chiamo suo marito – ha disdetto l’abbonamento di casa e in ufficio non è il caso.”
“Puoi sempre chiedere alla Cleo, che del Cazzo ha fatto una religione.”
Fa come se si spazientisse al mio nominare Cleopatra, detta Cleo, la sua amica, vicina di casa e baby sitter, e finge di schiaffeggiare l'aria per dissipare il ricordo dei racconti sugli innumerevoli amanti negri, “per favore, ho passato l’ultimo anno a farle capire che non mi può chiamare tre volte al giorno per darmi i dettagli di tutte le sue scopate e ora che ha smesso, almeno in presenza di Niccolò, farle una domanda simile significherebbe ricominciare da capo.”
“Insomma”, continua, “oggi su internet ho trovato studi documentati che hanno verificato, intervistando un campione di donne e uomini tra i 19 e i 49 anni, che l’85% delle prime sono soddisfatte della dimensione del Cazzo dei propri compagni, mentre solo il 55% dei secondi lo è del proprio”.
“Ecco che siamo alle solite”, dico io “sembra sempre che la misura dell’uccello sia solo un problema maschile e invece non è così. Cosa credi che il Cazzo grosso sia più comodo per fare pipì?”.
“Ovviamente no, ma volendo essere logici e sebbene noi due siamo un caso singolo, come tale statisticamente non significativo, anche nel nostro piccolo sei stato tu, il maschio, ad avere sollevato il problema.” Poi aggiunge indispettita “E con noi due chiuderei l’orizzonte possibile per giudicare la misura del tuo Cazzo, perché se a lamentarsi è stata qualche altra zoccola presente o passata, ti pregherei di non segnalarlo.”
“Ma amore, come puoi pensarlo?” Dico io fingendo scandalo all’idea di altre donne, “se vogliamo restare ai termini della tua ricerca, però, magari quell’85% di donne sono tutte come potresti scoprire di essere tu… la felicità a pochi centimetri, è proprio il caso di dirlo, e non ci hanno mai pensato. Per fortuna tua, però, il tuo uomo ha questo progetto delle contrazioni anali in ufficio.” Sono fiero di questa risposta, più per come suona, che per la fondatezza, ho infatti studiato abbastanza statistica da sapere che è logicamente debole. Confido nella sua formazione umanistica per farla sembrare una mia piccola vittoria.
“No guarda”, dice seria Virginia “diversamente dal solito, questa volta non voglio affidarmi alla fortuna, quando posso ricorrere al metodo. Tra un po’ prendiamo il metro riavvolgibile con cui ogni tanto parti a misurare la casa e verifichiamo se vengono rispettati i miei diritti statistici. Un’altra parte della ricerca, infatti, dà la misura media delle dimensioni rilevanti del Cazzo, così come emerge da un altro studio, altrettanto documentato. Io quello voglio: la media che poi è misura. Nulla di più, nulla di meno”.
“Che vuol dire tu…”, cerco di riprenderla, “siamo partiti da una mia idea e ora sembra che sia una faccenda tua…”, ma Virginia non mi lascia finire, “certo! Questo mi sembra di averlo chiarito da subito: non voglio per ingenuità avere meno di quanto mi è statisticamente dovuto. Se il tuo Cazzo è piccolo per i tuoi fini, che non capisco quali possano essere, oltre far godere me, è una faccenda che non mi riguarda. Se invece scoprissi che ho diritto a qualcosa di più, potrei decidere di darti una mano e, per esempio, leggerti un libro al telefono nei due mesi che passerai in ufficio a contrarre il buco del culo per tre ore ogni pomeriggio”.
“Prima di misurare” dico io dall’angolo in cui mi sta spingendo, “sentiamo queste misure medie.”
“La circonferenza media è compresa tra 8,8 e 10 cm, la lunghezza media, invece, tra 12,9 e 14,5 cm. Tra l’altro ti sei dimenticato una terza dimensione rilevante del Cazzo” dice scandendo le ultime parole “la misura in posizione non eretta. Da moscio, insomma, per usare una terminologia un po’ più tua, può misurare tra 8,6 e 9,3 cm”.
A questo punto ripiega il foglietto e beve un sorso di Sauterne, appoggia il bicchiere e chiede, “voglio fidarmi di te. Pensi di starci dentro in queste misure? Non mi stai facendo un torto?”
“Beh, a occhio e croce direi proprio di sì. Anzi ne sono sicuro”, rispondo io, in verità anche un po’ confortato da quella statistica.
“Benissimo. Mi fido anche senza misurare e mi sento davvero più tranquilla”, dice Virginia con meno ironia di quella che potrebbe mettere nella frase, perché da vera Signora è misurata, anche nella vittoria.
A quel punto, senza pretendere di riaprire il fronte, provo ad aggiungere un’ultima considerazione, per cercare in Virginia la benevolenza che sollevi l’evidente sconfitta almeno al rango di quasi pareggio, e dico, “avrai anche ragione tu, anzi ce l’hai. Ma vuoi mettere la bellezza di un Cazzo enorme? Solo per guardarlo, intendo.”
E Virginia, che proprio perché Signora vuole evitarmi l’umiliazione dello sconfitto che chiede grazia, risponde, “questo proprio non lo capisco. Sei abbastanza colto da sapere quale civiltà si ritiene, e secondo me non a torto, essere stata in grado di esprimere al meglio i canoni di bellezza e armonia.”
“Quella classica”, dico io mentre intravedo la disfatta.
“E allora! Hai mai visto una statua greca o romana con un Cazzo di 30 centimetri? Riesci a immaginarla sul Partenone e sull’altare di Pergamo? Ma per favoreeeee!”